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ultimo a lato

Dopo sei anni dalla fine del ciclo di 70 minuti per lo stesso strumento, c’era ancora qualcosa di cui non avevo detto, una velocità, una leggerezza che non avevo ancora sperimentato. Nell’estendersi del nuovo cielo che il ciclo aveva cercato di indicare, mancava un essere, una figura che in sé raccogliesse tutta l’imprevedibile vitalità di quel mondo. Ha cominciato così a battere faticosamente le ali uno strumento che pur essendo lo stesso è differente: è diventato la simulazione di una vita, un passaggio, un uccello meccanico scagliato in quel cielo per attraversarlo. Uno strumento, che desse improvvisamente corpo a tutto il cielo: chi meglio di un alato? Il principio del volo ha generato così una tecnica articolatoria che vorrebbe avvicinare la meraviglia del volare; penso alle macchine volanti di Leonardo, gli entusiasmi, le rovinose cadute, le varianti di un progetto antico come l’uomo che, nonostante le macchine ora esistenti, rimane ancora fisicamente incompiuto per ciò che di più intimo cercava: un alleggerirsi, uno svuotarsi, un farsi spazio, dentro e fuori. Qualcosa di intuibile forse solo a lato, con la coda dell’occhio, dell’orecchio.